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12 - Mili Romano intervistata da Giorgia B. Soncin PDF Stampa E-mail
 

cuore di pietra di mili romano       

 Mili Romano

intervistata da

Giorgia B. Soncin

 

Quando l'arte scende in strada per indagare il rapporto tra il territorio ed i suoi abitanti, per intervenire come catalizzatore di energie in realtà urbane, piccole o grandi, centrali o periferiche che siano, allora a quel punto possiamo dire che essa ha raggiunto un livello di dialogo che le permette di interagire anche con chi di arte non ha mai parlato, e mai avrebbe pensato di farlo.

Sono passati quasi sei anni da quando, nel 2005, a Pianoro Nuova, un paese dell’area metropolitana di Bologna, sono iniziati i lavori di riqualificazione urbana, che implicavano la demolizione di alcune palazzine costruite nel secondo dopoguerra.
Mili Romano ha trovato nella memoria storica di questi luoghi e di chi li ha abitati la stessa forza della resistenza antifascista, fortemente identitaria in questa zona emiliana, ed ha deciso di creare qualcosa perché tutto questo non andasse perduto, perché divenisse, invece, la "resistenza del cuore di pietra" degli edifici, creatrice di "memoria energica" capace di seguire l'evoluzione dei tempi senza perdere la consapevolezza della propria identità.
Un progetto di arte contemporanea in fieri, un continuo work in progress che ha visto passare in questi anni molti artisti che con il loro prezioso contributo hanno creato un ponte tra il linguaggio dell'arte e quello del paese superando barriere generazionali e recuperando il valore della collettività e della cooperazione.
Il cuore, benché di pietra, ha anche qui pulsato per far scorrere linfa vitale nelle vene del centro e dei suoi abitanti.
Il primo intervento effettivo, dopo quelli di Mili Romano che hanno dato avvio al tutto, avviene nell'aprile 2006 con la realizzazione di un diario pubblico sulle palizzate finalizzato a coinvolgere la popolazione in questa iniziativa. Oltre a questo, la coppia di artisti bolognesi Cuoghi e Corsello ha realizzato un graffito e un throw up introducendo nel paese uno dei simboli principali della dimensione urbana degli ultimi trent’anni. Pochi mesi dopo, a seguito dell'intervento site specific di una serie di artisti: Alessandra Andrini, Paola Binante, Annalisa Cattani, Cuoghi Corsello, Sandrine Nicoletta e Michela Ravaglia, sono state realizzate quindici cartoline.
Gli interventi hanno in gran parte richiesto la partecipazione della comunità: giovani e meno giovani hanno apportato il loro contributo pratico o storico grazie ai loro ricordi, ai loro racconti.
Tra il 2006 e il 2007 sono stati fatti corsi di animazione e fumetto metropolitano, tenuti da Loop e dall'artista MP5 che hanno dato vita ad una azione di affichage di un'intera area del centro.
Di nuovo, strade e percorsi che si incrociano e coinvolgono non solo artisti visivi ma anche la musica metropolitana (di Anna Troisi), e se di primo acchito, in termini di musica metropolitana, viene in mente il cinema di Walter Ruttmann con Berlin, Symphonie einer Grossstadt (Berlino, sinfonia di una grande città; del 1927), ci si accorge che la poetica di questa realtà è molto piu’ vicina al neorealismo di Michelangelo Antonioni; più vicino alle storie del quotidiano di cui l'Italia è ricca.
A documentare il tutto i quaderni, realizzati con grande perizia, ricchi di racconti, mosaici di voci che permettono a chi fisicamente non c'era di rivivere quelle emozioni e di sentire ancora battere il Cuore di Pietra della città.
Questa in breve la storia di “Cuore di Pietra” che necessiterebbe comunque, non tanto di parole, quanto di essere vissuto anche da chi non abita nel centro.

Durante un incontro con la curatrice del progetto ho cercato di capire quali fossero le dinamiche, le prospettive che reggono un'idea come questa, che non solo mette in luce il valore del territorio e della sua "umana interiorità" ma mette in questione il vero significato della definizione "public art", un'etichetta troppo spesso abusata per definire qualcosa... qualsiasi cosa... si inserisca in un contesto urbano; che si tratti di monumento, installazione o intervento site specific.
Siamo sicuri sia così? Cuore di Pietra ragiona anche su questo per definire ed identificare l'essenza e il ruolo dell'arte nei luoghi pubblici.
Un'espressione artistica che non deve forzatamente essere monumentale; che sia libera dalla ieraticità e dall'autoreferenzialità e che conservi in sé il significato intrinseco dell'aggettivo che la definisce.
Una manifestazione artistica che viva lo spazio così come lo vive chi ci abita e chi lo nutre attraverso esperienze e ricordi.

 

Giorgia Soncin: Come è nato e come si è sviluppato il progetto “Cuore di Pietra”?
Mili Romano: E’ nato nel 2005 assistendo e documentando la demolizione di una palazzina ex-IACP, che dava il via al Piano di Riqualificazione Urbana del centro di Pianoro Nuovo, un paese dell’area metropolitana bolognese. Un manifesto da me elaborato a partire da quelle demolizioni ha circolato negli spazi di affissione e fra gli abitanti delle vecchie case restanti, e destinate anch’esse all’abbattimento, come una sorta di catalizzatore di storie, narrazioni, desideri e paure con l’obiettivo che nella nuova area urbana ricostruita rimanessero i segni e le voci di chi ci aveva vissuto fino ad allora. Quel gesto intercettava e voleva stravolgere la memoria “nostalgica” del luogo che inevitabilmente ogni demolizione porta con sé, e maggiormente in questo caso trattandosi proprio dei primi edifici del paese ricostruito dopo la guerra.
La risposta immediata, sorpresa e divertita, e la partecipazione attiva, appassionata e collaborativa degli abitanti di quelle case ha dato spinta alla continuazione del progetto che è diventato pluriennale e che si articola, nel corso di tutto l’anno, come un consolidato laboratorio artistico il cui programma si arricchisce ogni anno di azioni performative, di workshop interdisciplinari, di installazioni ed opere d’arte ideate attraverso un processo condiviso con gli abitanti stessi che così da questo progetto sono stati accompagnati in un momento per loro di grande e anche doloroso cambiamento.
Fra gli artisti che nel corso degli anni sono intervenuti con i linguaggi e le tecniche più diverse ci sono Cuoghi Corsello con un graffito sulle prime palizzate dei cantieri, Alessandra Andrini, Zimmerfrei con una luminaria realizzata con i lampadari donati dagli abitanti al momento dei loro traslochi, e con una performance collettiva di luci e suoni che ha visto coinvolti i condomini degli edifici di un’intera strada, Sandrine Nicoletta, Maria Pia Cinque, Paola Binante, Sabrina Torelli, Anna Ferraro che ha realizzato una segnaletica stradale “fantastica” che segue i desideri ed i rituali di appaesamento nello spazio di bambini, adolescenti e abitanti del paese. Tutti gli artisti coinvolti hanno lavorato e lavorano in stretta collaborazione con studenti e insegnanti delle scuole locali e con gli abitanti del paese. Il mio ruolo è quello di artista-curatrice e mediatrice fra artista e pubblico, artista ed amministrazione committente, direi “tessitrice di relazioni” continue, memoria sempre presente del progetto. Quest’anno intervengono Daniela Spagna Musso, Andreco, Alessandra Montanari insieme ai giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti, MP5 con un intervento permanente e là dove vi era un vecchio gazebo dove gli abitanti si ritrovavano a giocare a carte verrà realizzato “Passaggio di luce”, una mia installazione realizzata con lo studio di architettura Pippo Ciorra e con Sabrina Torelli.
Attraverso gli interventi, temporanei e permanenti, che hanno accompagnato le diverse fasi dei cantieri, gli abbattimenti e il ridisegno delle nuove aree, si stanno progressivamente lasciando nell’intero paese attraverso l’arte contemporanea dei segni nei quali la comunità può in qualche modo riconoscersi.

Lungi dal voler essere solo arredo urbano o strumento decorativo e di “abbellimento”, “invisibile” perché vissuto nell’indifferenza come accade per tanti “monumenti”, distante e poco apprezzato perché poco capito, che il più delle volte viene subìto, l’intervento artistico qui si è insinuato fra la gente come pratica propositiva, ludico-critica, aperta, sulla città e sulla qualità dell’abitare che nel tempo e nella relazione quotidiana si propone anche come dinamico strumento di indagine antropologico-sociale e di sollecitazione anche per chi quelle aree governa o disegna urbanisticamente. In questo modo l’arte contemporanea, con progetti artistici “riconosciuti” e risultato di una partecipazione collettiva nel cui processo si è stati coinvolti e che si è invitati a curare, può contribuire anche alla conoscenza più profonda del territorio metropolitano e dei suoi problemi, e essere stimolo ad un rafforzamento dell’identità del luogo e del senso di appartenenza comunitaria ad esso. Ciò che si sta creando con questo work in progress dai metodi molto elastici e pronto a cambiare tattiche e linguaggi a seconda delle esigenze, delle domande e degli imprevisti che sorgono strada facendo, è un percorso di arte riconosciuto e tessuto di sedimentazioni nel tempo dove tutto ha un senso nella direzione che ho detto. E’ stata importante per “Cuore di pietra” in questi anni anche la rete attiva di collaborazioni e scambi creata con altri progetti di arte nella città e nel paesaggio metropolitano (finora con On Luci accese di notte a cura di Zimmerfrei a Bologna, con Strade Bluarte, un progetto della Provincia di Bologna, con Container, Osservatorio-laboratorio di arte pubblica da me curato insieme a Gino Gianuizzi della galleria NEONcampobase per il laboratorio “Mappe urbane”, con l’Accademia di Belle Arti di Bologna dove insegno). Si spera di poter trasformare il progetto in un centro permanente di studio e produzione di public art.

 

Come è stato accolto dalla popolazione?
Come spesso succede per i progetti di arte pubblica che intendano coinvolgere il pubblico come attore consapevole e attivo, non è facile, ed è impossibile, raggiungere tutti. Quello che ho verificato nei molti progetti curati nel corso del tempo, da “Accademia in stazione” a “Container” che sempre questa impostazione metodologica aperta e coinvolgente hanno cercato di rispettare, è che quella parte di pubblico che si fa coinvolgere e che entra nello spirito del nostro procedere è veramente molto partecipe e entusiasta; chi invece rimane distaccato spettatore, talvolta anche per le carenze del progetto, può restare del tutto indifferente. Devo però dire che nel caso di “Cuore di pietra” non mi è successo di avere ostilità o di non avere un coinvolgimento, e questo, credo, perché è un progetto di lunga durata, articolato, lavora con le scuole locali, con gli studenti e le loro famiglie, tenta sempre di coinvolgere in una rete di collaborazioni le varie realtà locali, e si pone sempre con modi estremamente flessibili, attraverso un movimento lento, e con l’ambizione (forse troppo grande per la realtà italiana della quale tra i più interessanti esempi di coerenza di metodo e di sedimentazione legislativa nel tempo mi piace evidenziare il caso di Torino) di “cambiare” culturalmente la mentalità dell’amministrazione pubblica e del pubblico nei confronti dell’arte nella città (i “cambiamenti” nell’esperienza italiana sono rari ed ogni cambiamento o “movimento verso” non si stabilizza e viene spesso troppo velocemente risucchiato nell’oblio, resta episodico e si deve ricominciare sempre da capo). In questa pratica i cui metodi si creano giorno dopo giorno, ascolto ed osservazione attenta sono fondamentali per la progettazione ed i cittadini stessi diventano, attraverso il passaparola, il riconoscersi in ciò che si è fatto, il sentirsi apprezzati attori quando tutto all’esterno sembrava voler cancellare insieme alle abitazioni di una vita le loro stesse tracce, attivi protagonisti, e conoscono il progetto oserei dire bene. E’ molto importante in questo caso come ci si pone. Come sempre in tutti i progetti che in qualche modo hanno a che fare con “la partecipazione” -parola ormai troppo abusata e astrattamente demagogica- bisogna sempre vedere come ci si pone con il pubblico.

 

Quali sono state le difficoltà incontrate?
Come ho già accennato prima, senz’altro il fatto che lo spazio pubblico si apre e si richiude continuamente, seguendo leggi e movimenti che non si sedimentano mai culturalmente. Per esempio, io ho avuto dai vari committenti con i quali ho collaborato e dall’amministrazione di Pianoro in tutti questi anni una risposta di progressiva sempre maggiore disponibilità, collaborazione e sostegno. Ma il problema non è solo la manifestazione specifica, il qui ed ora, ma il cambiamento di atteggiamento e di metodo verso l’arte nello spazio pubblico, ciò che resta e che si trasforma in reale, consolidato, diverso approccio. Temo che sarà difficile da scardinare quella mentalità che nella città vuole opere che con il contesto hanno poco a che fare, progetti di intrattenimento o monumenti e decorazioni calati dall’alto. E’ questa la cosa che più temo e che è insita nella natura italiana anche perché forse più facile da gestire .
Quando all’arte si chiede di intervenire sul sociale e nei luoghi del quotidiano abitare essa, come ripetutamente in questi anni stiamo ripetendo da più parti, non può essere valore aggiunto, ed in quel processo di “economia della cultura” gli investimenti ad essa destinati (intesi certamente non solo come strategia di marketing turistico o cosa utile nella demagogia politica) non dovrebbero essere tagliati ma concentrati e potenziati.
Questo sul piano generale, diciamo, di mentalità culturale e politica, ma molte cose dovrebbero cambiare anche nella mentalità di noi artisti troppo spesso abituati ad interventi “spettacolari” con comportamenti da grandi star, frettolosi e poco generosi. Ribadisco che in un buon progetto di arte pubblica con fini e coinvolgimenti sociali il tempo che al proprio progetto si dedica e la cura nell’accompagnarlo prima, durante e dopo, a mio avviso sono fondamentali. Mi sembra che invece ci si concentri troppo sull’opening, sull’apparire e sui risultati documentativi.

 

Da curatrice e da artista, come credi sia recepita attualmente l’arte pubblica?
Se si parla di ricezione da parte del pubblico ribadisco che la ricezione distratta o negativa dipende spesso anche dalla distanza dell’arte dal mondo della vita, dal modo di porsi che spesso è frettoloso, “calato dall’alto” come un ufo, decontestualizzato. Se l’obiettivo è puramente estetico o di temporanea “straniante sorpresa” finalizzata a qualche manifestazione fine a se stessa accettiamo pure l’intervento a spot, l’intrattenimento o altro, meglio che ci siano piuttosto che no, per quanto sinceramente io credo che nello spazio pubblico ci sia sempre più bisogno di interventi artistici conduttori e produttori di senso. Quando si tratta invece di interventi in aree abitative e in quartieri con problematiche forti ritengo che l’arte possa avere un importante ruolo sociale ed etico e quindi debba caricarsi di responsabilità. In questo caso, lo ripeto fino alla nausea, cura, tempo e relazioni sono fondamentali. Un progetto di intervento artistico nella città a mio avviso è fondamentale inserirlo in un flusso che contenga il passato (la memoria del luogo e l’esperienza di chi lo vive), il presente (tutto ciò che porta alla progettazione e alla realizzazione), e il futuro (accompagnare e curare ciò che nello spazio esterno rimarrà). E’ chiaro che è difficile, impegnativo e che, soprattutto nel nostro paese, manca una mentalità e un’educazione a questo e non ci sono risorse che sono e verranno investite a questi fini. Si preferiscono i “grandi eventi” rincorrendo ritorni immediati d’immagine attraverso effetti spettacolari.

 

In quali altre zone/ luoghi pensi che un progetto come “Cuore di Pietra” possa poter prendere vita?
Considerando che la città è in continuo movimento e cambiamento, che abbattimenti e costruzioni si susseguono caoticamente sotto l’egida del vincente binomio modernità-progresso, credo che un progetto come “Cuore di pietra” potrebbe funzionare ovunque proprio in nome di una memoria attiva, creatrice e continuamente propositiva nella quale tutte le generazioni possano riconoscersi. Il nostro paesaggio urbano è soggetto a tali repentine cancellazioni che la memoria fatica a stargli dietro e tutto cade nell’oblio, trascinando storie umane e le dimensioni culturali ed antropologiche che spariscono con quelle aree stesse, e di esse non rimane più traccia. Recuperare memorie e scarti riattivandoli ed inserendoli in un circuito di ricostruzione in chiave ludica, straniante, sorprendente ma identitaria non è un’operazione retorica ma un fatto umano e culturale, quasi un dovere: significa coinvolgere intere parti di città perché insieme agli artisti, nelle relazioni, nel tempo e nella cura quotidiana mettano le basi per costruire un ambiente in cui riconoscersi, proiettato al futuro ma che rechi in sé le tracce del passato. Un passato frettolosamente rimosso, anche nelle città, riaffiora sempre come incomprensione, rancore e spesso in forma di conflitto. L’intervento dell’arte può molte volte non tanto appianare i conflitti, smussarne le spigolosità o indirizzare al “bello e buono”, ma, come pungolo, aiutare a far prendere coscienza, dare voce ed espressione con modalità originali e contenuti forti per indirizzarli verso esiti del tutto nuovi.
Altra cosa assolutamente fondamentale ma ancora distante dall’esser pratica metodologica consolidata, anche se da più di un ventennio se ne parla, si cerca di praticarla, si discutono e si scrivono leggi come la 16/02 della Regione Emilia Romagna che poi subiscono trasformazioni e riletture e nella pratica risultano di difficile applicazione, sarebbe quell’auspicato dialogo fra l’arte e l’architettura, l’arte e l’urbanistica, auspicato astrattamente ma così difficile da mettere in pratica quando ci si alza dal tavolo al quale ognuno ha presentato la sua relazione ed ha illuminato la sua “specificità”; collaborazione sin dal progetto, fra artisti ed architetti/ingegneri (oltre che antropologi, sociologi ecc.), perché progetti che nascono con simili modalità, se lavorano in mezzo alle comunità, possono essere uno straordinario mezzo per cogliere sentimenti e desideri, esigenze funzionali dell’abitare i luoghi e, se usati in maniera “autentica” e non demagogica o strumentale, per arginare i problemi del degrado, della mancanza di identificazione nei luoghi che si abitano e per migliorare la qualità della vita delle nostre città.

 

 

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Giorgia B. Soncin*Giorgia B. Soncin laureata magistrale in Innovation and Organization of Culture and the Arts e triennale al DAMS di Bologna. Dopo esperienze di studio e lavoro a Grenoble e New York, ha collaborato come visual art editor all'evento pilota di Original Cultures Bologna e come assistente presso la piattaforma di arte contemporanea Neon>campobase. Attualmente si occupa di arte e musica su alcuni magazines on- line.

Chi è Giorgia B. Soncin? Un prodotto degli anni '80… Non mi definirei "curatrice"...E' da 26 anni che provo a curare me stessa cercando i giusti stimoli per poterlo fare. La Cura l'ho sempre cercata nella continua ricerca di input intellettuali da tutto quello che mi circonda: persone, fatti, visioni, suoni, cose... La comunicazione mi fa partire dalle persone/ con le persone, passando e oltrepassando le parole dette e scritte e mi fa ritornare alle persone: chiedere, dedurre, esprimere, vedere e quindi conoscere, comprendere quello che ho intorno per trasmettere agli altri quello che vedo, e come io vedo quello che loro vedono; cercando di andare oltre le definizioni. Preferisco farmi definire dagli altri..."é sempre difficile definirsi perché quello che vedi tu non é quello che vedono gli altri e tu sei in parte quello che conosci ma parte quello che sei per gli altri..". Ho pensato di chiedere a chi mi conosce e mi è stato detto: "Mmh...è difficile definirti... davvero tanto.....non sei “coglibile” dalle definizioni....questa è la cosa più importante"...  "....Non avendo paura di scioccare con un look troppo out-there o cambiando stile diverse volte al giorno a secondo dell'ispirazione..."

 

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