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19 - Andrea Nacciarriti presentato da Giorgia B. Soncin PDF Stampa E-mail
Andrea Nacciarriti 

ANDREA NACCIARRITI

presentato da

Giorgia B. Soncin

 

 

 

 

 

"Uomo di mare" come direbbe qualcuno, Andrea Nacciarriti, classe 1976, è originario di Senigallia benché negli anni si sia spesso diviso anche tra Bologna e Milano.
La sua attività artistica, vista la sua mobilità in città cosi diverse non può prescindere dal rapporto con lo spazio urbano, in tutte le sue forme.
Il suo lavoro è infatti radicato in questa dimensione e nell'intervento, personalissimo, in luoghi pubblici.
Il meta-rapporto tra arte ed architettura, ha permeato il suo background fin dagli esordi incrociando le capacità tecniche degli studi come geometra alla sensibilità artistica del D.A.M.S. di Bologna, che si sono poi congiunti nella pratica attraverso gli studi in Accademia, terminati in una tesi che aveva come tema centrale proprio il rapporto tra architettura ed arte nella contemporaneità.
Nei lavori, la teoria artistica su architettura ed arte pubblica si fonde con esperienze pratiche di grande valore tecnico ed innovativo che fanno di Nacciarriti un artista consapevole nell'uso di strumenti cognitivi e strumenti materiali, se il termine è concesso.
Una persona estremamente positiva capace di trasmettere le proprie passioni con un lavoro riflessivo ma allo stesso tempo ironico facendo citazioni della contemporaneità artistica e della vita quotidiana.
La costruzione di oggetti è presente nell'opera Minimal Unity #2 (2003) in cui Nacciarriti realizza una candida gabbia in acciaio che interagisce con gli spazi della galleria d'arte contemporanea di Monfalcone. La stessa opera viene successivamente installata, traslata da uno spazio all'altro e portata al MAN di Nuoro dove la gabbia si inserisce in uno spazio nuovo, in una situazione differente diventando un'altra opera e cambiando la fruizione dello spazio stesso. L'opera non è un "oggetto" inserito in uno spazio ma un elemento costitutivo che determina il modo stesso di fruirne e di viverlo.
Un concetto questo, che sottintende la necessità di andare oltre il concetto di "site specificità" attraverso la contestualizzazione e la situazionalità di una modalità artistica che studia ed interagisce direttamente con il contesto.
"Mi interessano i limiti e gli sprechi del luogo. Discutere il ruolo dell'ar­te in ambienti e contesti differenti."
Il discorso sull'arte sviluppato dall'artista passa anche e soprattutto attraverso l'interazione con lo spazio pubblico come nel caso di Samplings del 2004, in cui l'installazione di teli nella Rocca Sforzesca di Imola (Bo) lascia aperto il dibattito tra passato e presente creando suggestioni d'impatto e coreografiche.
La stessa interazione con i luoghi costituisce il fil rouge dell'intera opera dell'artista, come succede a Milano, in Via Ventura con Catwalk. Anche qui, la suggestione creata dal percorso luminoso "giuda" lo spettatore a transitare in uno spazio di cui l'arte si è appropriata, e avendo quindi l'opportunità di cambiare l'ottica con cui lo stesso posto era stato guardato poco prima.
"Il linguaggio dell’arte oggi è una questione tutt’altro che privata, imprescindibile da tutti i processi comunicativi che le fanno da cornice, e l’architettura “involontariamente” ci insegna come le mutazioni ambientali modifichino costantemente il valore significante della stessa, nonostante l’immutabilità strutturale nel tempo".
L'indagine della dimensione "privata" della galleria d'arte è invece sviluppata dall'artista nel 2007, per la personale Sleepingtime presso la galleria torinese Franco Soffiantino.
Nella totalità del progetto, emerge la volontà di ricercare la presenza artistica attraverso l'assenza, di ridefinire lo spazio attraverso una ricomposizione dei suoi elementi. Da qui la specificità del non-prepapato, del non-pronto e dell'adattamento dell'arte e dell'artista ad una situazione specifica, in risposta allo studio preventivo di un luogo che precede l'intervento artistico.
Cosa facciamo quotidianamente, dopotutto? Ci adattiamo. Artisti e non, ed è qui che l'arte comunica il suo spirito di adattamento, lavorando sugli spazi di cui l'opera 44 00 00 00 00 [#0] è la prova: un buco nel muro. Polvere e residui di intonaco racchiusi in una teca, volti a ricostituire l'essenza del lavoro artistico (il quadro) attraverso un foro che allo stesso modo evoca un punto di vista limitato.
Come un rimando ad un buco della serratura che ci permette di "spiare" oltre il muro ma di certo non ci da una visione completa della realtà.
L'impressione che si ha dell'artista vedendo le sue opere è quella di un brillante osservatore, una persona a cui piace intervenire nel luogo in modo arguto e per certi versi spiazzante. Una moquette rossa è protagonista dell'installazione del 2006 Cathedral, in Piazza Vittorio Emanuele a Nuoro, vivace e colorato, il progetto sembra essere una risposta alla dimensione greve di certe zone urbane particolarmente degradate. Un invito all'interazione e alla socialità.
La stessa interazione con la specificità del sito e della situazione in cui l'artista lavora, si ritrova nella performance, immortalata da suggestive fotografie, Swimmingpool (2009, Senigallia); lavoro estremamente coreografico in cui del fumo blu spruzzato tramite l'uso di appositi fumogeni, fa sconfinare una nube di colore oltre i limiti geometrici della piscina vuota. La leggerezza, ma anche la forza dell'aria e dell'immateriale di oltrepassare i confini del tangibile.
Fumogeni anche per l'inaugurazione del Teatro Margherita di Bari, reduce nel 2009 da un trentennio di restauri, rievocativa dell'incendio che lo colpì nel 1911.
Nello stesso anno l'artista realizza anche Grain Circles, per il Regents Park di Londra, una installazione realizzata posizionando tre balle di fieno direttamente nel parco. Decontestualizzate con l'intento di creare spiazzamento, le tre rotoballe creano una dimensione ironicamente bucolica di relazione tra città e campagna.
Diametralmente opposta l'installazione dal titolo più che mai eloquente RIP, in occasione di Artissima 2009. Alla fiera torinese, Nacciarriti ha presentato, infatti un lavoro colorato e vivace utilizzando insegne luminose: "i simboli, le etichette, le variabili di un tessuto urbano": memorabilia semantici dell'inquinamento visivo e di un consumismo che tuttavia "ci parla" della società e di un particolare "modus vivendi".
Ripercorrendo le tappe più significative del lavoro di Andrea Nacciarriti, un topos, una tematica inusuale fa da connessione tra molte opere che vanno dal 2005 ad oggi. Una tematica tutta italiana, il calcio, capace di unire ogni domenica per 90 minuti persone tra loro sconosciute. Lo stadio diventa un nonluogo, un avamposto relazionale.
"Vado spesso allo stadio, partecipo alla sincronia di quell'immensa architettura interattiva fatta dì uomini. Per 90 minuti a settimana la struttura sveste i panni monumentali e subisce la metamorfosi: le linee di gesso coordinano le traiettorie di una sfida che vibra sugli spalti. Statico e celebrativo, l'anfiteatro del calcio si trasforma per lo scontro. Adoro gli stadi! Penso spesso all'intervento che ho realizzato allo stadio Sinigaglia di Como e percepisco l'opera con un'altra unità di misura."
Il campo da calcio, per Nacciarriti è imprescindibilmente legato al contesto, al luogo, esso è Il Monumento della contemporaneità, che si arricchisce e vive dell'interazione con l'essere umano e che pulsa di vita grazie alla presenza fisica di chi lo frequenta ma che può altresì essere malinconicamente poetico anche nell'assenza di questi.
Uno dei lavori di maggiore impatto legato a questa tematica è Connessione [traccia 5] del 2005, un neon che percorre orizzontalmente il campo di calcio dello stadio di Como di costruzione Fascista, connettendo le due porte. Come si può vedere, il campo è "libero" dalle linee bianche. E' qui che l'intervento artistico subentra, nella nudità dello spazio, realizzando un "taglio di luce" a meta del campo.
La porta/ rete ritorna nel lavoro del 2009, intervento in sito a Bologna, nel progetto Untitled [Quelli di Cernauti], che se da un lato richiama l'idea della rete di salvataggio contestualizzata alla costruzione medievale della torre, dall'altra è un tributo alla memoria del calciatore del Bologna Rino Pagotto, classe 1911, e alla squadra che improvvisò durante i giorni di deportazione nei lager nazisti. Quelli di Cernauti, appunto: undici giocatori e prigionieri, confinati nella città ucraina, che nello sport trovarono la propria via d’uscita dall’orrore della guerra.
Nello stesso macroinsieme tematico, rientrano anche Tribune del 2006 e Zolla del 2007.
Nel primo lavoro, installlato al PAC di Ferrara, l'artista realizza una tribuna in plexiglass (un materiale ricorrente nell'opera di Nacciarriti) in cui una panca viene isolata da lastre bianche. Una serie di strisce orizzontali in cui la panchina di legno sembra una parentesi all'interno di un discorso scritto.
Zolla, invece, presente nel 2007 alla mostra personale Panopticon presso la galleria Enrico Fornello, rappresenta una "sineddoche visiva" in cui l'artista si avvale di una zolla presa da un campo di calcio e riposta in una teca, di una parte per il tutto, 40x70x100 cm in cui l'artista si prende gioco del feticismo incalzante dei tifosi e appassionati ci collezionare le zolle dei campi di calcio che hanno visto giocare le partite di Mondiali o la Champions League. Critica ironica anche di una società particolarmente orientata verso l'anelito al feticcio e alla manifestazione effimera di quello che viene considerato come un "valore".
Nella sua totalità Panopticon, prende il nome dal carcere di Jeremy Bentham. Dal greco, osservare (opticon) tutto (pan), nell'estetica dell'artista costituisce l'opera che da il titolo alla mostra citata sopra; anche qui una installazione, un intervento all'esterno della galleria; una barriera alla cui sommità è presente una dentellatura protettiva. Le dentellature che coprono la parte superiore sono esattamente quelle utilizzate negli stadi per impedire ai tifosi di spingersi oltre le transenne.
Come afferma Marinella Paderni nel testo critico legato a questo lavoro, "L’opera Panopticon di Andrea Nacciarriti rappresen­ta l’incorporeità di un vasto impianto di controllo e di potere sul pubblico a fronte di un sistema architettonico ed ottico estremamente rudimentale nella sua semplicità tecnica (...)"
Uno schermo che permette di vedere all'esterno ma non può essere oltrepassato, una prigione trasparente che confina lo spettatore entro limiti prestabiliti e difficilmente valicabili.
Le dentellature che coprono la parte superiore sono esattamente quelle utilizzate negli stadi per impedire ai tifosi di spingersi oltre le transenne, è qui che si torna alla tematica di cui sopra.
L'ultima opera parte di questa "concept exibition" è Deliriousnewyork, un tributo in digitale alla Big Apple e ai grattacieli di Manhattan. Il progetto, una serie di modelli digitali 3D, inizialmente realizzato per CROSSWORK - GAZEaBOut#5 a Bologna, ipotizza degli stadi/grattacielo e ne estende verso l'alto parti costitutive. Anche in questo caso, il tema "calcistico" è un tramite, una "porta" che connette in un certo senso quotidianità ed arte.
Strutture di plexiglass, gabbie di acciaio, reti appese alle torri, neon che attraversano campi da calcio, zolle di terra, elementi dello spazio che si incrociano con l'architettura e l'arte.
A breve Andrea Nacciarriti, in sintonia con l'estetica di tutto il suo percorso, collaborerà ad un progetto per il fuorisalone al Salone del Mobile di Milano, restiamo in attesa.

 

 

 

Tre domande all'artista:

 

Qual'è il TUO rapporto con la città?
La città è il compromesso tra me e lo spazio..

Nelle interviste, molto spesso ti viene chiesto di "definire " alcuni degli aspetti del tuo lavoro, e tu, nelle tue risposte parti dalle definizioni del dizionario.
Quanto pensi che servano le "definizioni" nell'arte?
definizione
s. f. 
1 il definire; l'insieme delle parole usate per definire qualcosa: dare una definizione esatta, chiara, concisa 
2 decisione che pone fine...
Un lavoro, dal punto di vista formale, è per molti aspetti un’appendice alla sua “definizione”. Descrive un insieme di codici strutturati che dirigono un’analisi.
Sarebbe però riduttivo pensare all’arte come ad un insieme di “spiegazioni”, se non fosse che aiutano ad orientarsi all’interno di una comunicazione composta pienamente di relazioni a più livelli.
Le definizioni, se isolate, costituiscono l’imbarazzante stallo delle certezze e dei luoghi comuni.
È essenziale che “definire” sia semplicemente uno strumento per una discussione aperta e interpretativa in grado di rigenerare costantemente il significante a cui fa riferimento.
Il passaggio tra ideazione e realizzazione di un lavoro, vive di piccole e grandi trasformazioni, lo sviluppo e la fruizione dell’opera non è lineare, e questo rende la ricerca linguisticamente dinamica. L’atteggiamento nei confronti del processo creativo è per sua natura difficilmente gestibile, perché costante recettore di informazioni. L’arte non ha definizioni e non chiarisce, piuttosto domanda…

In un certo senso la tua arte, è fortemente simbolica.. penso a RIP, Il Margherita e a molti dei tuoi lavori. Quanto sono importanti per te i simboli?
Dipende da cosa si intende per simboli..
Nella “logica simbolica” da Thomas Hobbes alla più recente filosofia neopositivista il simbolo ha la funzione “di stare al posto di” ovvero sostituire un segno o più propriamente un evento.
È l’intercambiabilità e l’individuazione di dinamiche sottese che mi interessa, gestire un processo complesso di ricerca, in un atteggiamento.
Il simbolo è essenzialmente un momento entropico di flusso, una pausa che racchiude in se una quantità di informazioni, variabili nel tempo e fortemente legate alle strutture “ambientali” di cui è comprensivo il contesto.
Nei simboli è possibile rintracciare il processo dinamico della storia, o più propriamente della situazione, del clima percettivo “dominante”, senza per altro acquisire valore definitivo, essendo essi stessi recettori sociali e culturali.
È l’atteggiamento nei confronti del simbolo, che ne determina l’autentico valore, il modo in cui viene analizzato il complesso sistema simbolico.

 

 

 

Alcune notizie sull'artista
Andrea Nacciarriti nasce a Ostra Vetere (AN) nel 1976, vive e lavora a Milano.
Ha partecipato a diverse esposizioni collettive e personali sia presso spazi privati che in spazi pubblici. Tra le mostre personali più recenti: Sleepingtime, Galleria Franco Soffiantino, Torino (2007); Panopticon, Galleria Enrico Fornello, Prato (FI) (2007). Tra le collettive ricordiamo: Sculpture Park, Reagent’s Park, Londra, in occasione di Frieze Art Fair, a cura di David Thorp (2009); 4 ways to…, evento satellite del TICAB Biennale Intrnazionale d’Arte contemporanea, Tirana (2009); Untitled [Quelli di Cernauti], installazione realizzata sulla Torre degli Uguzzoni, Bologna, in occasione di Torri Contemporanee, a cura di Nosadelladue (2009); Premio Lum per l’Arte Contemporanea, Teatro Margherita, Bari, a cura di Luca Cerizza, Antonella Marino, Francesco Stocchi (2009); Roaming (Città Sottili), Stazione Rogers, Trieste., a cura di Alessandro Castiglioni (2009); Soft Cell (Dinamiche nello Spazio in Italia), Galleria Comunale d'Arte Contemporanea, Monfalcone (GO), a cura di Andrea Bruciati (2008); Confini - Boundaries, MAN – Museo d’Arte della provincia di Nuoro, a cura di Cristiana Collu, Saretto Cincinelli, Roberto Pinto (2006); Tracce di un Seminario, Corso Superiore di Arti Visive, Visiting professor Alfredo Jaar, Assab One, Milano, a cura di Roberto Pinto e Anna Daneri (2006); Untitled (diciassette giovani artisti), Ex Faema, Milano, a cura di Alessio Ascari e Edoardo Bonaspetti 2005); Estetica della Resistenza, Corso Superiore di Arti Visive, Visiting professor Alfredo Jaar, Como, a cura di Roberto Pinto e Anna Daneri (2005); Mulhouse 005 (La création contemporaine issue des écoles d’art), Ville de Mulhouse (France), a cura di Michel Samuel-Weis, Eric Vincent (2005).

 

Info e contatti:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgia B. Soncin*Giorgia B. Soncin laureata magistrale in Innovation and Organization of Culture and the Arts e triennale al DAMS di Bologna. Dopo esperienze di studio e lavoro a Grenoble e New York, ha collaborato come visual art editor all'evento pilota di Original Cultures Bologna e come assistente presso la piattaforma di arte contemporanea Neon>campobase.
Attualmente si occupa di arte e musica su alcuni magazines on- line.
Chi è Giorgia B. Soncin? Un prodotto degli anni '80… Non mi definirei "curatrice"...E' da 26 anni che provo a curare me stessa cercando i giusti stimoli per poterlo fare.
La Cura l'ho sempre cercata nella continua ricerca di input intellettuali da tutto quello che mi circonda: persone, fatti, visioni, suoni, cose...
La comunicazione mi fa partire dalle persone/ con le persone, passando e oltrepassando le parole dette e scritte e mi fa ritornare alle persone: chiedere, dedurre, esprimere, vedere e quindi conoscere, comprendere quello che ho intorno per trasmettere agli altri quello che vedo, e come io vedo quello che loro vedono; cercando di andare oltre le definizioni.
Preferisco farmi definire dagli altri..."é sempre difficile definirsi perché quello che vedi tu non é quello che vedono gli altri e tu sei in parte quello che conosci ma parte quello che sei per gli altri.."
Ho pensato di chiedere a chi mi conosce e mi è stato detto: "Mmh...è difficile definirti... davvero tanto.....non sei “coglibile” dalle definizioni....questa è la cosa più importante"...
"....Non avendo paura di scioccare con un look troppo out-there o cambiando stile diverse volte al giorno a secondo dell'ispirazione..."

 

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